Umberto Palazzo e Il Santo Niente
Piazza Lucio Valerio Pudente, Vasto (CH), 28 settembre 2026

In trent’anni possono cambiare molte cose, ma non certo il modo in cui chi viene dagli anni ‘90 accoglie le canzoni che “dormivano nella propria testa”. Lo dimostra il ritorno sul palco del Santo Niente, che oltre ad aver marchiato una bella stagione del rock “alternativo” italiano con un sound unico e riconoscibile, di canzoni vere ne aveva un corposo repertorio. E benché si sia distinto nel recente panorama musicale come cantautore ispirato ed originale, Umberto Palazzo ha ripreso in mano un pezzo forte della sua vicenda artistica con inaspettata disinvoltura.
L’occasione si è presentata con l’anniversario del celebrato esordio “La vita è facile”, da un annetto circa al centro della scaletta che la rinnovata band ormai totalmente abruzzese porta in giro con date molto selezionate sotto la pressante richiesta di vecchi e nuovi fans.
Riascoltato oggi, quell’album conserva una caratteristica tutt’altro che scontata: non sembra un reperto. Le chitarre di Palazzo e Alessio D’Onofrio restano taglienti, la ritmica procede per strappi e accelerazioni con un bel dialogo tra il basso di Marco Campitelli (Oslo Tapes) e le bacchette del veterano Michelangelo Del Conte (Vegetable Men, Sistema Informativo Massificato), mentre le melodie emergono da quella materia sonora sporca e inquieta che ne era la cifra stilistica. Ma è soprattutto l’interpretazione a impedire che il concerto diventi la solita operazione nostalgia.
Dopo una graffiante apertura affidata in solitaria all’energia della cantautrice rock Miriam Ricordi, il set preparato per il match col santo patrono della città taglia il nastro della festa con Occhiali scuri al mattino per poi sciorinare quasi interamente “La vita è facile”, con classici come Cuore di puttana, Il pappone, L’aborigeno, Tu non mi dai nulla, Finalmente sterile e Andarsene via, che conservano tutta la loro capacità di menare frustate e di liberare l’angoscia repressa. Canzoni brevi, dirette, spesso brutali, che dietro la superficie aggressiva custodiscono il malinconico malessere urbano che le aveva generate, intervallate da brani immancabili tratti dagli album successivi come Junkie, Fiction e Luna Viola, tra i quali si segnala un’incredibile versione di Divora, con la Ricordi che non fa rimpiangere l’ugola di Ginevra Di Marco, ospite del brano ai tempi del CPI. Non manca nel lotto la temibile spoken Storia breve che chiudeva il disco d’esordio, una tiratissima Wir Sind Partisanen (chi ricorda l’antologia “Materiale Resistente”?) e i travolgenti bis con Elvira e È aria, che richiamano nel “mosh pit di San Michele” la rimpatriata degli orfani vastesi non del solo Santo Niente, ma di un’epoca tutta.
Il disagio giovanile che alimentava allora la scrittura dei brani non viene trasformato in nostalgia: oggi appare piuttosto come una condizione che ha cambiato volto, ma è latente e pronta a riaffiorare. Palazzo non prova a ricreare artificialmente il Santo Niente dei Novanta: ne recupera piuttosto l’attitudine, lasciando che quelle canzoni, con una vocalità sorprendentemente maturata nel tempo e in miracoloso equilibrio fra controllo e collisione, assumano il peso di una storia ormai lunga trent’anni. E forse è questa la chiave del ritorno del Santo Niente: non dimostrare che il passato possa essere replicato, bensì verificare cosa rimane di quelle canzoni quando a cantarle è la stessa persona che le ha scritte, con tutto ciò che è accaduto nel frattempo. E il tempo, sul palco, le rende meno giovani, ma forse più vere. Panfilo D’Ercole
L’occasione si è presentata con l’anniversario del celebrato esordio “La vita è facile”, da un annetto circa al centro della scaletta che la rinnovata band ormai totalmente abruzzese porta in giro con date molto selezionate sotto la pressante richiesta di vecchi e nuovi fans.
Riascoltato oggi, quell’album conserva una caratteristica tutt’altro che scontata: non sembra un reperto. Le chitarre di Palazzo e Alessio D’Onofrio restano taglienti, la ritmica procede per strappi e accelerazioni con un bel dialogo tra il basso di Marco Campitelli (Oslo Tapes) e le bacchette del veterano Michelangelo Del Conte (Vegetable Men, Sistema Informativo Massificato), mentre le melodie emergono da quella materia sonora sporca e inquieta che ne era la cifra stilistica. Ma è soprattutto l’interpretazione a impedire che il concerto diventi la solita operazione nostalgia.
Dopo una graffiante apertura affidata in solitaria all’energia della cantautrice rock Miriam Ricordi, il set preparato per il match col santo patrono della città taglia il nastro della festa con Occhiali scuri al mattino per poi sciorinare quasi interamente “La vita è facile”, con classici come Cuore di puttana, Il pappone, L’aborigeno, Tu non mi dai nulla, Finalmente sterile e Andarsene via, che conservano tutta la loro capacità di menare frustate e di liberare l’angoscia repressa. Canzoni brevi, dirette, spesso brutali, che dietro la superficie aggressiva custodiscono il malinconico malessere urbano che le aveva generate, intervallate da brani immancabili tratti dagli album successivi come Junkie, Fiction e Luna Viola, tra i quali si segnala un’incredibile versione di Divora, con la Ricordi che non fa rimpiangere l’ugola di Ginevra Di Marco, ospite del brano ai tempi del CPI. Non manca nel lotto la temibile spoken Storia breve che chiudeva il disco d’esordio, una tiratissima Wir Sind Partisanen (chi ricorda l’antologia “Materiale Resistente”?) e i travolgenti bis con Elvira e È aria, che richiamano nel “mosh pit di San Michele” la rimpatriata degli orfani vastesi non del solo Santo Niente, ma di un’epoca tutta.
Il disagio giovanile che alimentava allora la scrittura dei brani non viene trasformato in nostalgia: oggi appare piuttosto come una condizione che ha cambiato volto, ma è latente e pronta a riaffiorare. Palazzo non prova a ricreare artificialmente il Santo Niente dei Novanta: ne recupera piuttosto l’attitudine, lasciando che quelle canzoni, con una vocalità sorprendentemente maturata nel tempo e in miracoloso equilibrio fra controllo e collisione, assumano il peso di una storia ormai lunga trent’anni. E forse è questa la chiave del ritorno del Santo Niente: non dimostrare che il passato possa essere replicato, bensì verificare cosa rimane di quelle canzoni quando a cantarle è la stessa persona che le ha scritte, con tutto ciò che è accaduto nel frattempo. E il tempo, sul palco, le rende meno giovani, ma forse più vere. Panfilo D’Ercole