Live! Seen and heard

Concerts seen by Blow Up contributors.

The Fleshtones

Colorificio Kroen, Verona, 26 ottobre 2026

i Fleshtones, foto di Andrea Amadasi
i Fleshtones, foto di Andrea Amadasi
Mentre altrove i Fontaines DC raggiungevano svariate migliaia di persone per il loro prevedibile sold out, un lusinghiero plotoncino di fan ha sfidato eroicamente il lunedì sera e la bruma di metà autunno per i Fleshtones, che probabilmente non hanno mai segnato un sold out in 50 anni di concerti ma una paginetta di riguardo, nei libri di storia del rock, se la sono già guadagnata da decenni. Indubbiamente per costanza e coerenza lungo la ventina abbondante di album pubblicati, ma anche per quell’inossidabile certezza che a un loro concerto ci si diverte sempre, e pure tanto. Per la loro sgangherata simpatia, ancora oggi notevolissima nonostante l’età (l’agilità felina di Keith Streng, 71 anni, fa pure invidia, a dire il vero), poi perché dalla scaletta possono lasciare fuori pezzoni come American Beat o la quasi totalità di quelli presenti nei primi due album (I’ve Gotta Change My Life e New Scene gli unici testimoni) eppure il loro “Solid gold super rock” viaggia spedito come un treno. Oggi sono meno beat e più punk rispetto a quarant’anni fa: manca il sax e il Farfisa c’è ma si sente poco e male, l’armonica quasi nulla. I Fleshtones vengono dal CBGB’s, ce l’hanno nel DNA e lo ribadisce Zaremba omaggiando il parterre di nomi di quel tempo condiviso nello scalcinato club dell’East Village: “New York Dolls, Television, Talking Heads, Blondie, Suicide”, ma prima di tutti, dice, “vogliamo ricordare i Ramones”. E dunque, benché per tutto ci sia un luogo definito e un tempo inarrestabile, vederli ancora roteare ripetutamente su se stessi come dei pinhead inebetiti (e noi del pubblico fare altrettanto), è ancora una delle cose più divertenti che la musica dal vivo possa regalare: da qui a domenica suonano ogni sera su e giù per l’Italia, non fateveli sfuggire. Andrea Amadasi

Cabaret Voltaire

Roundhouse, Londra, 22 ottobre 2026

i Cabaret Voltaire live a Londra, da YouTube
i Cabaret Voltaire live a Londra, da YouTube
Per celebrare il cinquantennio dalla prima esibizione nella natia Sheffield, i superstiti membri fondatori Stephen Mallinder e Chris Watson (accompagnati dal collaboratore di lunga data Eric Random e da Oliver Harrap) hanno pensato di tornare sui palchi per il tour d’addio dei Cabaret Voltaire. Il formidabile riscontro di pubblico (quattro date lo scorso novembre nel Regno Unito tutte sold out in un attimo) ha convinto il duo ad aggiungere altre, inclusa questa serata londinese, la penultima prima della conclusiva data a Sheffield dove tutto iniziò mezzo secolo fa. Era dal lontano 1981 che Chris (oggi multipremiato sound recordist e sound designer, firma sonora dietro importanti documentari naturalistici della BBC) non si esibiva con il gruppo madre, ragion per cui i Cabs ripescano dal loro glorioso passato alcune gemme seminali che hanno mantenuto intatta l’originale, travolgente carica sovversiva. Tra ipnotico electro funk (24/24), inquietante new wave (Why Kill Time), claustrofobico post punk minimalista (The Set Up), austero techno dub industriale con i bassi che spaccano la gabbia toracica (Kneel to the Boss, Seconds Too Late) e classici alt-dance (Just Fascination, Kino, I Want You, Sensoria). La strisciante linea semi-surf della chitarra della sinistra Landslide alza la tensione, che viene catarticamente rilasciata dall’urlo liberatorio della mitica Nag Nag Nag. Difficile immaginare un gruppo più lungimirante, presciente e profetico dei Cabs, un trio (ricordiamo il defunto Richard H Kirk che per un periodo ha proseguito da solo) che mezzo secolo fa denunciava il complesso tecnologico militare industriale e l’estremismo religioso di una società distopica basata sulla dilagante disinformazione e sulla propaganda totalitaria, su un sistema di controllo capillare di sorveglianza responsabile nella trasformazione della paranoia in cromosoma genetico e modus operandi esistenziale, in pratica l’attuale società in cui viviamo oggi. Ferruccio Guglia

Hoodoo Gurus

Electric Ballroom, Londra, 28 settembre 2026

Gli Hoodoo Gurus mancavano dalla capitale inglese esattamente da sedici anni. Un’eternità. Non sorprende, quindi, che l’atmosfera fuori dall’Electric Ballroom sia elettrica ben prima che il concerto abbia inizio. Saltata la presenza del gruppo spalla all’ultimo momento, l’attenzione è tutta rivolta ai quattro australiani ritornati prepotentemente sulle scene con l’ottimo “Chariot Of The Gods” quattro anni or sono. Alle otto e mezza in punto i Gurus si presentano sul palco di un’Electric Ballroom strapiena e attaccano con (Let’s All) Turn On da “Stoneage Romeos” ed è chiaro a tutti che si tratterà di una serata speciale. Faulkner canta con un’intensità incredibile, Shepherd macina riff su riff sostenuto da una sezione ritmica potente e fantasiosa, composta da Nik Rieth (già batterista di Radio Birdman e Celibate Rifles) e da Rick Grossman al basso. Segue World Of Pain, uno dei brani di punta dell’ultimo album. Da lì in poi gli australiani si lanciano in un viaggio in quarant’anni di carriera facendo esplodere dagli amplificatori le migliori canzoni dei loro dischi migliori. È un crescendo che diventa apoteosi a metà concerto quando in sequenza arrivano Tojo, Poison Pen, Bring The Hodoo Down, la ballatona My Girl e Come Anytime. Il momento topico è il classicone What’s My Scene? con i millecinquecento della venue a cantare assieme al gruppo che hanno dovuto attendere per oltre tre lustri. Gli Hoodoo Gurus sono una macchina impeccabile, un motore al massimo dei giri, capiscono anche loro che non si tratta di un concerto come gli altri e alzano l’asticella con Crackin’ Up, Bittersweet, I Want You Back (un altro “singalong” di tutta la sala) e Like, Wow – Wipeout!. Potrebbe bastare. Ma, dopo una brevissima pausa, risalgono su e regalano ben quattro bis: Come On, Gene Hackman, Leilani e Be My Guru. Poi si fermano al centro del palco e si fanno travolgere dall’affetto del pubblico. Che, un attimo dopo, sciama verso la vicina stazione metro di Camden Town: non c’è nessuno a uscire dall’Electric Ballroom senza il sorriso stampato sul volto. Roberto Calabrò

Umberto Palazzo e Il Santo Niente

Piazza Lucio Valerio Pudente, Vasto (CH), 28 settembre 2026

Umberto Palazzo e Il Santo Niente, foto di Panfilo D'Ercole
Umberto Palazzo e Il Santo Niente, foto di Panfilo D'Ercole
In trent’anni possono cambiare molte cose, ma non certo il modo in cui chi viene dagli anni ‘90 accoglie le canzoni che “dormivano nella propria testa”. Lo dimostra il ritorno sul palco del Santo Niente, che oltre ad aver marchiato una bella stagione del rock “alternativo” italiano con un sound unico e riconoscibile, di canzoni vere ne aveva un corposo repertorio. E benché si sia distinto nel recente panorama musicale come cantautore ispirato ed originale, Umberto Palazzo ha ripreso in mano un pezzo forte della sua vicenda artistica con inaspettata disinvoltura.
L’occasione si è presentata con l’anniversario del celebrato esordio “La vita è facile”, da un annetto circa al centro della scaletta che la rinnovata band ormai totalmente abruzzese porta in giro con date molto selezionate sotto la pressante richiesta di vecchi e nuovi fans.
Riascoltato oggi, quell’album conserva una caratteristica tutt’altro che scontata: non sembra un reperto. Le chitarre di Palazzo e Alessio D’Onofrio restano taglienti, la ritmica procede per strappi e accelerazioni con un bel dialogo tra il basso di Marco Campitelli (Oslo Tapes) e le bacchette del veterano Michelangelo Del Conte (Vegetable Men, Sistema Informativo Massificato), mentre le melodie emergono da quella materia sonora sporca e inquieta che ne era la cifra stilistica. Ma è soprattutto l’interpretazione a impedire che il concerto diventi la solita operazione nostalgia.
Dopo una graffiante apertura affidata in solitaria all’energia della cantautrice rock Miriam Ricordi, il set preparato per il match col santo patrono della città taglia il nastro della festa con Occhiali scuri al mattino per poi sciorinare quasi interamente “La vita è facile”, con classici come Cuore di puttana, Il pappone, L’aborigeno, Tu non mi dai nulla, Finalmente sterile e Andarsene via, che conservano tutta la loro capacità di menare frustate e di liberare l’angoscia repressa. Canzoni brevi, dirette, spesso brutali, che dietro la superficie aggressiva custodiscono il malinconico malessere urbano che le aveva generate, intervallate da brani immancabili tratti dagli album successivi come Junkie, Fiction e Luna Viola, tra i quali si segnala un’incredibile versione di Divora, con la Ricordi che non fa rimpiangere l’ugola di Ginevra Di Marco, ospite del brano ai tempi del CPI. Non manca nel lotto la temibile spoken Storia breve che chiudeva il disco d’esordio, una tiratissima Wir Sind Partisanen (chi ricorda l’antologia “Materiale Resistente”?) e i travolgenti bis con Elvira e È aria, che richiamano nel “mosh pit di San Michele” la rimpatriata degli orfani vastesi non del solo Santo Niente, ma di un’epoca tutta.
Il disagio giovanile che alimentava allora la scrittura dei brani non viene trasformato in nostalgia: oggi appare piuttosto come una condizione che ha cambiato volto, ma è latente e pronta a riaffiorare. Palazzo non prova a ricreare artificialmente il Santo Niente dei Novanta: ne recupera piuttosto l’attitudine, lasciando che quelle canzoni, con una vocalità sorprendentemente maturata nel tempo e in miracoloso equilibrio fra controllo e collisione, assumano il peso di una storia ormai lunga trent’anni. E forse è questa la chiave del ritorno del Santo Niente: non dimostrare che il passato possa essere replicato, bensì verificare cosa rimane di quelle canzoni quando a cantarle è la stessa persona che le ha scritte, con tutto ciò che è accaduto nel frattempo. E il tempo, sul palco, le rende meno giovani, ma forse più vere. Panfilo D’Ercole

Osmium

Roma Europa Festival – Teatro Argentina, Roma, 27 settembre 2026

Affrontai la prima europea di Osmium al Barbican di Londra in un uggioso maggio del 2023, serata promossa dal festival polacco Unsound in una rara residenza in terra d’Albione. La somma delle parti è ancora oggi sinonimo di intensità e rarefazione, inseguendo l’idea di una dislocazione spazio temporale. Il quartetto si avvale della leadership compositiva di Hildur Guðnadóttir (tornata fortunatamente in possesso del suo Halldorophone customizzato, dopo un sequestro lampo) e dei contributi di James Ginzburg (basso monocorde), Rully Shabara dei Senyawa al canto e Sam Slater (feedback percussion). Gli Osmium attingono a un immaginario apparentemente noto, abbracciando tanto la musica contemporanea quanto il più mefitico metallo (black metal e doom in primis) giocando però su un’idea di decontestualizzazione: l’intendimento è quello di smarcarsi tanto dalla nicchia di musica da genere che dalla colta. Più che lanciare fendenti, il gruppo sembra navigare nei confini di una solenne e marziale astrazione, i volumi stavolta sono contenuti ma l’idea di una prossima e fragorosa implosione sembra assoggettare tutta la performance in un inquietante senso d’attesa: come se un apparente eco-disastro fosse alle porte. Non le trombe dell’annunciazione quindi, ma l’intento di colmare il gap tra i più lugubri estremi in musica odierni, in un linguaggio anche corporeo che rasenta il canto ossianico. La voce di Shabara è gutturale ma modulata attraverso due microfoni, più che un’incitazione è una messa solenne. Nonostante il tenore del viaggio (perché di questo si tratta), l’ansia viene presto fugata, attratti dal moto inarrestabile di Ginzburg e dalle percussioni modificate di Slater, che reinventa il ruolo del batterista rinunciando a qualsiasi tentazione motorica. Una nitida fotografia di questo tempo oppressivo. Luca Collepiccolo

Diamanda Galás / Marc Almond

“Il rumore del lutto”, Auditorium Paganini, Parma, 26 settembre 2026; “Il rumore del lutto”, Auditorium Paganini, Parma, 27 settembre 2026

Inizia con un fragoroso sold out il lungo autunno de “Il rumore del lutto”, la rassegna parmense di musica e parole che celebra la vita sulle ali dell’ineluttabile “vivi intensamente, abbraccia ogni istante, che prima o dopo ci lasciamo le penne, tutti”… Il sold out da 800 persone lo ha fatto nientemeno che Diamanda Galás, donna irriducibile che, a 71 anni suonati, ancora non scende a compromessi nemmeno con la propria schiena dolorante dopo la caduta che lei stessa, in italiano, ha raccontato di aver avuto la mattina stessa inciampando malamente tra i gradini di una scala. Tuttavia, un attimo dopo queste parole, che sortiscono un misto di stupore, preoccupazione e anche ilarità, è già seduta al pianoforte a picchiettare sul microfono mentre dall’altra parte, in platea, il pubblico si prepara a ritrovare quella confidenza con un’artista totale che non tradirà le aspettative. L’essenzialità scenografica – luci misurate verso il basso su fondale rigorosamente nero, un po’ di fumo qua e là… – enfatizza ogni dettaglio visivo di un’esibizione tutta cuore e dedizione, purificata da quegli estremismi vocali di un tempo ormai lontano e purificante a sua volta nell’intimità dell’animo umano, mentre nel minimalismo ambientale creato ad arte emergono in bella vista anche i ghigni della Galás, che accentuano e addolciscono la solennità ultraterrena della sua voce. Tutto appare così perfettamente bilanciato che non è affatto semplice immaginare quale e quanta sensibilità si sia potuta tradurre in così tanta magia, praticamente impossibile invece restituirne a parole efficaci anche solo una minima parte. Chi era presente sa di aver vissuto un’esperienza unica, di quelle di fronte alle quali tutto il resto intorno impallidisce.
Il concerto del giorno dopo è stato ovviamente tutt’altra cosa, anche se il dubbio che il buon Marc Almond abbia voluto dargli una certa impronta, diciamo più ricercata e teatrale, in una sorta di continuità con chi l’aveva preceduto la sera prima, ha una sua ragion d’essere nemmeno troppo contorta. Chi si aspettava un omaggio completo a Dave Ball o comunque ai Soft Cell in versione “Danceteria”, sull’onda delle sue recenti esibizioni estive, ha dovuto attendere fin quasi la fine del concerto per alzarsi dalla poltroncina e accorrere sotto il palco per un po’ di soddisfazione danzereccia col poker rappresentato da Tainted Love, Heat, Sex Dwarf e il bonus fuori scaletta Say Hello, Wave Goodbye. Fino a quel momento è stato un Marc Almond che ha omaggiato se stesso attraverso un percorso audio biografico senza un preciso ordine cronologico, pescando dal suo repertorio solista tanto quanto quello dei Mambas in un avanti e indietro temporale da far venire le vertigini. In questa lunga prima parte del concerto è emersa la qualità dell’Almond più introspettivo, sia come autore che come interprete; che si tratti di Jaques Brel (My Death) o di Lou Reed (Caroline Says) come dei pezzi scritti di suo pugno, a Parma sono mancati giusto solo i lustrini e le paillettes, perché la decadente sensualità del personaggio si è percepita in tutta la sua onesta spontaneità. Andrea Amadasi

Little Barrie

Dingwalls, Londra, 25 settembre 2026

Nel cuore del Camden Market, lungo le suggestive rive del Regent's Canal, sorge il leggendario Dingwalls, inaugurato nel 1973 e punto di riferimento della scena alternativa britannica. Venerdì sera il fedelissimo gruppo degli adepti del best kept secret chitarrista del Regno Unito, Barrie Cadogan, si è riunito nell'intimità dei suoi 600 posti per assistere all’atteso ritorno dei Little Barrie. Sì, lo scorso anno c’era già stata la reunion sul palco con lo storico sodale bassista Lewis Wharton ma in quella occasione si limitavano a presentare solamente i due lavori in collaborazione col talentuoso batterista Malcom Catto degli Heliocentrics. Adesso, con Tony Coote alla batteria in pianta stabile, il trio ritorna su quel glorioso percorso interrotto bruscamente nel 2017 a causa della prematura e tragica scomparsa del batterista Virgil Howe. La serata si apre col funky drumming di Tony, le gommose linee di basso di Lewis e i laceranti inserti elettrici delle corde di Barrie che introducono il trittico iniziale del nuovo lavoro “Gravity Freeze”, album che viene presentato quasi nella sua totalità (manca solo Wire) con December, ad alto quoziente lisergico che sembra voler scacciare l'aura malinconica dell’album e la magia incantatrice di Talk It Up Like You Wanted. I numeri psych soul notturni e fumosi dell’ultimo lavoro vengono alternati con pezzi storici del loro repertorio per cui ecco, da “Death Express”, il funk nervoso e distorto alla Can di Copter (che verrà riproposto con verniciatura blues in It Don’t Count e con colorazioni R'n'B in Eliminate), l’incendiaria Molotov Cop, creatura meticcia partorita da un’ipotetica Rolling Stone(s) Roses Experience, e il classico festante I.5.C.A con chitarra singhiozzante molestata dal mago Barrie. Da “Stand Your Ground” trovano spazio la primizia blues Why Don't You Do It? e l’intima ballata Yeah We Know You e da “Shadow” l’inarrestabile cavalcata di Eyes Were Young, con l’incisivo riff che diventa corrosivo nel finale. L’irresistibile e sculettante Luggin’ Hurt, invocata più volte dagli astanti, sembrerebbe chiudere la serata ma il trio ci delizia con un bis proponendo Cash In, che parte con ritmo alla Blues Explosion (d’altronde Russell Simins suonava la batteria nella versione originale) e viene trasportata in territori personalizzati grazie alla maestria del trio tra l’implacabile esuberanza ritmica di Lewis e Toni e le spavalde e baldanzose corde di Barrie. Conclusione: i Little Barrie continuano ad essere il migliore trio britannico di questo millennio. Ferruccio Guglia

Rareș / Lowertown

Mattatoio, Roma, 20 settembre 2026; Wishlist, Roma, 26 settembre 2026

Strana struttura domenicale quella organizzata dal Romaeuropa Festival al Mattatoio di Testaccio dove, in una saletta piccola e calda, si esibisce Rareș in doppia veste alle 17,00 e poi alle 21,30. A riempire il tempo tra le due esibizioni vengono chiamati due artisti emergenti della 42 Records (Tutto Piange e Marco Fracasia, quest’ultimo recensito su BU#340 di settembre) e Marta Del Grandi. Per cause di forza maggiore optiamo per la prima delle due esibizioni dell’artista rumeno-veneziano, perdendoci purtroppo tutto il resto; ma lo sforzo viene ripagato da un’esibizione che ci restituisce un Rareș (chitarra e voce, coadiuvato dai suoi fidi musicisti a basso, chitarra e sax) in grandissima forma. Seppur non aiutato dall’acustica rimbombante della venue, l’artista it-pop sciorina tutte le canzoni dell’ultimo disco (recensione su BU#338/339) in modo cristallino e del tutto “Sincero!” (come il titolo dell’album e del relativo singolo), supportato da un pubblico accaldato ma festante che conosce a menadito tutte le orecchiabilissime canzoni. Ancora ci stupiamo, vista la bontà di una scrittura genuina e capace di arrivare sicuramente a un vasto pubblico, di come il ragazzo non sia ancora riuscito a riempire il Circo Massimo come, per esempio, fa il “collega” Gazzelle (che era tra il pubblico a vederlo: prendi appunti, Flavio!). Misteri del marketing!Un altro mistero per un'audience che dovrebbe essere ben più vasta è quello legato agli americani Lowertown di Atlanta, che si esibiscono una settimana dopo al Wishlist Club per l’ultima data del loro tour europeo. Mistero perché questo misconosciuto quartetto (vedi BU#294 e BU#338/339) capitanato dal duo Olivia Osby/Avsha Weinberg avrebbe tutte le carte in regola per meritarsi un pubblico ben più ampio, vista la bontà di una scrittura indie/art rock dal retrogusto grunge. Le belle notizie sono che il pubblico del Wishlist, a parte noi, è pressoché giovanissimo (diversi i turisti anglofoni accorsi per l'evento) e che i ragazzi sanno suonare veramente bene – cosa non così scontata per chi naviga nell’indie-slackerismo sghembo e sgusciante – riuscendo a imprimere vigore ed energia a dei bei pezzi che dal vivo acquistano sicuramente una componente più (post-)punkeggiante. La forte carica erotica emanata dalla cantante Olivia Osby, dal vivo una Courtney Love non meno maudit, fa poi il resto. Si poga un pezzo sì e l’altro pure e ci si diverte non poco: speriamo che il tempo sia galantuomo e regali a queste due realtà platee molto più grandi senza un filo di retorica, se lo meritano veramente! Marco Giappichini

Jeff Mills, Kety Fusco

Auditorium, Roma, 17 settembre 2026

“The Trip To Vega” porta all’Auditorium di Roma, nell’ambito del Romaeuropa Festival, due figure a loro modo aliene: Jeff Mills, la macchina umana, leggenda della techno di Detroit, e Kety Fusco, che dell’arpa ha fatto un dispositivo sonoro altro, da sottoporre a elettrificazione, manipolazione e continue torsioni. Il punto sembra non essere tanto la somma delle rispettive estetiche sonore quanto la tentata definizione di tutto quello che succede nel mezzo. Facendo riferimento all’omonimo album pubblicato da Mills, Il concept narrativo dietro questo live immagina una Terra futura, nel 2097, ormai inospitale e inabitabile. Dal suo interno viene generate una frequenza armonica che aggredisce il sistema nervoso degli esseri viventi, al punto da spingerli a migrare verso Vega, la stella più brillante della costellazione della Lira, in cerca di rifugio e rigenerazione. Mills e Fusco sonorizzano questo viaggio disperato, mosso da catastrofi e necessità, tra improvvisazioni e strutture indefinite. Mills lavora per sottrazione, delineando il tortuoso percorso ritmico da seguire, quasi fosse il capitano di questa spedizione verso l’altrove, dando a volte le spalle al pubblico, insolitamente seduto, così rivolgersi verso lo spazio proiettato sullo schermo allestito sullo sfondo del palco. Sequenze, impulsi, frequenze sono in continuo movimento, come ingranaggi di una macchina ostinata, progettata per non fermarsi. Fusco risponde con un suono più organico e imprevedibile, fatto di melodie astratte, risonanze, rumori e scarti elettronici. In questo modo, l’arpa perde progressivamente quella che si potrebbe definire la sua aura classica, diventando una superficie percussiva, da colpire e deformare. Il risultato va decisamente oltre il facile dualismo tra analogico e digitale. Più che raccontare un viaggio verso una destinazione, Mills e Fusco ne costruiscono in tempo reale la traiettoria, tra serialismo, aperture orchestrali e incursioni ovviamente techno. Forse le congas presenti sul palco, utilizzate da Mills neanche due minuti per campionarne il suono, avrebbero potuto avere un ruolo più centrale nell’esibizione. Così come la componente visuale del live risulta decisamente fiacca, scontata e fuori fuoco rispetto alla narrazione sonora. Ma tutto sommato, sebbene lo show nel suo complesso sia un po’ da ripensare, non si può certo dire che non sia stato un concerto godibile, interessante e diverso dal solito. Jacopo De Blasio

Primal Scream

Outernet, London, 16 settembre 2026

Uscendo dalla stazione di Tottenham Court Road ci si imbatte nell’Outernet London, un distretto di intrattenimento e media immersivo, ad alta tecnologia e con maestosi atri pubblici rivestiti da imponenti schermi LED Ultra HD dove si possono “ammirare” gratuitamente opere di arte digitale a rotazione e giochi interattivi. Personalmente lo considero uno spreco totale di elettricità ma mi consolo col bel locale sotterraneo HERE at Outernet, dove mi reco per la prima delle due serate celebrative di “XTRMNTR”, il sesto album dei Primal Scream pubblicato dalla Creation nel 2000, presentato nella sua interezza rispettando la sequenza della scaletta. Per cui si va dall’iniziale Kill All Hippies, con le telluriche basse frequenze del basso di Phil Mossman che ci scuotono gli organi interni, le chitarre distorte del leggendario Andrew Innes e di James Walbourne dei His Lordship, fino alla apoteosi finale di Shoot Speed / Kill Light, con l’ipnotico motorik di Darrin Mooney, organo futuristico, chitarra post-punk e l’ugola di Bobbie che vernicia il tutto con edonistica euforia. Nel mezzo ci sono tutte le altre delizie, tra cui è doveroso ricordare la capatina nell'infuocata Detroit seventies di Accelerator e i due stratosferici strumentali. Il primo, cupo e teso, corre irrefrenabilmente all’impazzata come per gareggiare con i suggestivi montaggi video a carattere storico e politico dell’amico Douglas Hart (già con i Jesus & Mary Chain) che scorrono freneticamente sullo sfondo, un lungo viaggio distopico che ci lascia spossati e stremati. Il necessario recupero è offerto dalle rassicuranti bolle di liquido psych-amniotico che ci fagocitano in Keep Your Dream, con le terapeutiche gocce ricostituenti della tastiera del turnista Terry Miles, rifugio sicuro ma di effimera durata dato che viene letteralmente polverizzato dal secondo strumentale, MBV Arkestra, di marca Shieldiana, con acidità wah-wah e fiati taglienti che partono non appena sullo schermo si materializza il bel faccione di Sun Ra. Alla sua uscita “XTRMNTR” suonava futurista ma, ahimé, visto l’andazzo dei tempi (“a military-industrial illusion of democracy”, anyone?), si è rivelato maledettamente profetico e di conseguenza fottutamente contemporaneo. Bis succulento con Kowalski che funge da cordone ombelicale con quanto ascoltato prima, e poi, dopo la bella reinterpretazione del misconosciuto classico garage di I'm Five Years Ahead of My Time dei Third Bardo, le big hits di I’m Losing More Than I’ll Ever Have, Loaded e Moving On Up per poi finire con Country Girl e Rock, dato che a causa dell’idiozia umana (guerra o IA che sia) l'umanità è destinata all’estinzione tanto vale ardere tra le fiamme sacre del rock’n’roll! Ferruccio Guglia

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